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 11 Settembre 1861
……..e noi ci troviamo in una stanza al centro della quale un grande tavolo e tante sedie. Intorno dei bambini, e delle vecchie donne indaffarate. Tutti annodano le frange delle salviette genovesi. Si blocca la tela su un cuscino, si fanno delle sfilacciature. Quelle mani agili separano i fili, l’intrecciano, li annodano.
Volete provare a fare questo anche voi?” Ma le nostre mani che sanno cucire, tagliare la tela, toccare cose fragili e preziose, qui hanno fatto “fiasco” (in italiano nel testo). E le ragazze cercano di insegnarci. “Prendete a sinistra, tirate a destra, girate il filo.” “Bene! Non avete annodato niente!” e ridono. Ci divertiremo per due giorni ad imparare questo lavoro.……

12 Settembre 1861
…….. Veniamo alla spiaggia accompagnate da Marina, la cameriera dell’albergo, che porta un grosso cesto, nel quale è riposto il necessario per fare il bagno.
Ci prepariamo e poi ci sediamo sotto la tenda.
…….quando le signore entrano in acqua, allora Marina è tutta da guardare, perché cerca di trattenersi ma quando non ne può più, si lascia cadere sulla spiaggia ridendo a crepapelle.
Si diverte perché ci vede fare il bagno.
Ci guarda anche il funzionario e vuole suggerirci qualcosa. Forse di andare più avanti
C’è sempre il fondo, l’acqua non è alta
Immaginiamo che dica così perché il frastuono delle onde copre le parole, mentre montagne d’acqua ci travolgono. La risacca ci trascina al largo, un’onda ci spinge a riva, un’altra viene e ci trascina in altra direzione. Grida e risate, la gioia del pericolo senza pericolo, questo è il bagno in mare e quando si esce si vorrebbe rientrare.

13 Settembre 1861
Questa mattina siamo diretti a Lavagna, che è vicino a Sestri e schiera la sue case lungo la riva del mare. Se pensate che seguiamo la strada, vi sbagliate. Noi camminiamo lungo la spiaggia e sulla riva. Il mare è sempre agitato e luccica sotto un cielo chiarissimo. Non ci sono vele solo un vapore laggiù, trascina il suo fumo nero.
Il vento spruzza su di noi brandelli di spuma. Tutto sembra sorridere anche questo rude mare………
Andiamo dalla riva alle agavi che bordano i giardini e dai giardini alla riva. Contemplando i pennacchi delle palme distese nell’aria, ci lasciamo andare in questa luce e ascoltiamo la voce del mare.
Non sembriamo più noi, si grida, si canta o si cammina improvvisamente in silenzio.
Qui è il piacere.

14 Settembre 1861
Che cosa si vede dalla finestra dell’albergo?
Il mercato. Delle ceste di pesche, di uva, di pere e di fichi, sistemati a piramide sui banchetti, mentre dalla campagna continuano ad arrivare cassette piene di pomodori e di pannocchie di granoturco.
A quest’ora gli uomini, il sesso forte, sono gli umilissimi servi del sesso debole. Ciò dura per un’ora circa, il tempo di vendere o comprare le derrate. Dopo di ché i re della creazione rientrano nei loro diritti che esercitano con un’aria scontrosa, a fronte alta, camminando in mezzo alla strada, senza lasciare il passo né per un signore né per un vescovo, tanto meno per le loro donne.
Ma finché durano le transazioni commerciali, questi fieri Ercoli, a criniera bassa, vengono a prendere gli ordini di Onfale, che mette loro sulle braccia le ceste o indica i sacchi da caricarsi sulla schiena…….
Tra le tante donne se ne distingue una. Accaparra le derrate per rivenderle al dettaglio. Eccola, con le braccia conserte, che attraversa a grandi passi la piazza; una foresta di capelli scarmigliati, uno scialle giallo incrociato sul petto ossuto, una tasca bianca appesa alla cintura, una gonna rossastra sollevata di traverso e fermata in vita.
Il marito alto e robusto la segue silenzioso, passo dopo passo, con l’aria d’un mastino tenuto alla catena.
Lei tocca con un piede un cestino, una cesta, il marito s’abbassa, carica, porta via, ritorna, ricarica, porta via; la donna tira fuori dalla tasca qualche moneta getta il denaro al contadino, incapace di protestare per l’esiguità della somma e prosegue la sua marcia trionfale. Nessuno ha il coraggio di rifiutare la miseria che lei decide di pagare. Se qualche campagnolo cerca di rifiutare il prezzo, lei esplode in frasi irose delle pose tragiche, con un torrente d’ingiurie. E il poveretto cede.………………
…….Intanto alla nostra sinistra, nella fila di case sostenute dagli archi, un signore legge il giornale, seduto sul terrazzo del primo piano. Segue talora le scene del mercato, legge un po’, accarezza i lunghi baffi, alza lo sguardo verso l’alto.
Nel palazzo di fronte all’albergo delle persiane sollevate a metà lasciano intravedere delle “signore” molto belle, con le braccia candide appoggiate sui cuscini, i capelli neri ben lisciati e divisi sulla fronte.


Piazza del Mercato e Prigione 
ora Palazzo di Giustizia

…….Sulla piazza si vedono passare degli abati in abito nero molto aderente. Dei frati cappuccini camminano lentamente con la bisaccia che pende da una spalla. . Così va la vita a Chiavari.
Gli abitanti del vecchio castello non vivono così bene. Con la sua torre merlata, la massa enorme, che serve da prigione, questo testimone d’altri tempi vede giungere di giorno e di notte un “barroccino” scortato da gendarmi. Ne discende un giovane ammanettato. Lo si fa entrare senza spingerlo, ma con quell’indulgenza che qui si usa in tutte le faccende.

A volte il poveretto, prima di varcare la soglia volge il capo; guarda questa piazza dove vanno e vengono persone libere; poi entra.……………..

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